Politiche sociali e disagio giovanile: se ne parla all’Abbazia con Antonio Di Gioia

Un evento dedicato allo smarrimento giovanile in una piazza-piazza Abbazia-simbolo dello smarrimento di una città. Questo è stato l’incontro di ieri sera organizzato da Italia in Comune con la presenza del dott. Antonio Di Gioia, candidato consigliere-al comune e alla regione-per quel partito, psicologo e presidente dal 2014 al 2019  dell’ordine degli psicologi di Puglia. Di Gioia non è stato l’unico a parlare: sono intervenuti infatti anche diversi professionisti del settore dell’assistenza e della cura psicologica: il dott.Domenico Amorese, la dott.essa  Giovanna Teresa Pontiggia e la dott.essa Maria Grazia Gesualdo. Oltre a loro, Corrado De Benedittis, in qualità di candidato sindaco, ma comunque ferrato sul tema, in quanto professore di liceo.

L’evento, moderato da Giusy Maldera, è stato introdotto da dalle testimonianze di Renata La Serra e Fabio di Gennaro (quest’ultimo candidato al consiglio comunale per Italia in Comune). Costoro appartengono proprio alla  fascia anagrafica oggetto del discorso e infatti la loro testimonianza ha avuto la funzione di chiave empatica per aprire la conferenza, cogliendo dall’interno quelli che sono i motivi di sconforto (per usare un eufemismo) per un’intera generazione. La sintesi di ciò che è stato detto tanto da Renata e Fabio quanto dagli esperti è sconfortante: in una società già atomizzata e disfunzionale, i giovani si mostrano sui social come sotto una lente deformante; a ciò si aggiunge la mancanza di occupazione, fenomeno sociale che affligge  il Meridione, reso ancora più grave dal modello vigente di società: una “società performativa” coma l’ha chiamata Renata, in cui la prestazione individuale diventa paradigma di valore e il suo non raggiungimento costituisce motivo di vergogna.

La mancanza di occupazione ha come conseguenza un allungamento dei termini della crescita, quindi una dilatazione dell’adolescenza; la mancanza di opportunità (che è la condizione ambientale in cui i giovani si trovano a vivere) ricade sul giovane frustrando i suoi bisogni di appagamento e riconoscimento e viene esorcizzata-ma sarebbe meglio dire sfogata-attraverso comportamenti lesivi e auto lesivi: caduta nella dipendenze (sostanze e non solo…), narcisismo, propensione ai comportamenti aggressivi.

In tutto questo il sistema della cura psicologica, non funziona, o meglio, funziona, ma in ritardo: si  interviene solo quando è troppo tardi, quando scoppia l’emergenza. Per capire il tipo di sistema di cura che servirebbe, ricordiamo il disegno di legge regionale proposto proprio da Di GIoia e recentemente approvato: di affiancare al medico di base lo psicologo di base. Il paradigma sanitario deve essere ampliato: il disagio psicologico può essere invalidante quanto una malattia fisica e deve poter essere curato e deve essere dato a tutti il diritto di cura. Al tempo stesso bisogna fare un lavoro ambientale: bisogna cioè rendere l’ambiente (urbano, sociale, lavorativo…) adatto alla vita. A Corato, come è stato ricordato da De Benedittis nel discorso conclusivo (ma come egli ha ricordato più volte nel corso della campagna elettorale) i vari centri d’ascolto sono chiusi da tempo – e quindi i professionisti che ci lavoravano sono a spasso-…e anche quando erano aperti, non lavoravano in modo strategico. Corato è priva di un piano sociale di zona, il che significa che è mancata la volontà di politica di affrontare il problema. Come ha detto Di Gioia: « Qui a Corato noi abbiamo dimenticato le persone: abbiamo dimenticato l’infanzia, l’adolescenza, le famiglie» . De Benedittis ha anche ricordato come in città si parli ancora di servizi sociali, non di politiche sociali.  Alla fine dunque i problemi del disagio giovanile fanno notizia nelle forme più violente, che si prestano a sicure strumentalizzazioni securitarie (ma questa è un’altra storia).

Come si può prevenire il disagio, prima che diventi patologia? Un buon inizio è per un’amministrazione imparare a sfruttare le possibilità di finanziamento per favorire l’occupazione giovanile: « Abbiamo la possibilità di intercettare fondi strutturali attraverso gli enti locali(…) e possiamo anche pensare a degli sportelli sull’imprenditoria giovanile. Noi possiamo dare spazio all’imprenditoria giovanile(…) Io sono stato promotore della sottoscrizione di un protocollo nazionale tra L’Anci e l’ordine degli psicologi con il quale tutti i comuni italiani si impegnano a inserire tutto ciò che promuove benessere nella società, anche i social che non devono essere repressi; sono degli strumenti da utilizzare in maniera consapevole». Ancora, bisogna stabilire legami: se un tempo la famiglia, la chiesa o il partito riuscivano ad offrire un luogo di senso in cui l’individuo partecipava e otteneva riconoscimento, adesso con la crisi di questi sistemi, la loro funzione aggregativa viene sostituita in-malo modo- da meccanismi di dipendenza patologica: «Sono saltati i legami sani di dipendenza, dipendenza positiva. Non è un caso che poi siano aumentate le dipendenze patologiche e le nuove dipendenze» prima fra tutte la ludopatia. Anche la scuola può divenire un baluardo: «Noi possiamo intervenire nelle scuole di ogni ordine e grado attraverso percorsi di educazione alla socio-affettività(…) Non ci vogliono grandi risorse per poter intervenire e fare un lavoro di seria prevenzione che porti a lavorare sull’appartenenza, un appartenenza che non esalta l’io(…) C’è uno scollamento tra scuola e famiglia e bisogna intervenire anche su questo».

Anche la politica può fare qualcosa: aprendosi ai giovani  e lasciando e lasciando dilagare la loro energia e il loro entusiasmo. Le piazze di queste sera ne sono un esempio.

Articolo precedente
Giovanni Riganti: al consiglio comunale con Bovino sindaco
Articolo successivo
Economia circolare e riciclo. Se ne parla a largo Plebiscito con Roberto Spera, Legambiente e Corrado De Benedittis

ISCRIVITI alla nostra newsletter per ricevere le ultime news

Menu